Abbiamo mai pensato a cosa succede ai nostri rifiuti – ben differenziati, certo! – dopo che li abbiamo messi nel cassonetto o fuori dall’uscio?

La nostra responsabilità finisce qui, ma è tutto quello che avviene dopo che ci consente di non pensarci più e di non averli tra i piedi: mezzi pesanti per il trasporto, impianti di selezione che separano i materiali, impianti di riciclo, inceneritori per ciò che non può essere riciclato ed infine discariche.

Inceneritori e discariche?? Se facessero tutti come me, non servirebbero. Basta scegliere imballaggi riciclabili e differenziare bene i propri rifiuti potrebbe dire qualcuno.

Vediamo perché non è proprio così.

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Il ciclo del “riciclo”… e dei suoi scarti

N.B. la spiegazione di seguito fornita è estremamente semplificata e ha lo scopo di segnalare che una parte dei rifiuti raccolti in modo differenziato non possono essere riciclati, comportando la necessità di ricorrere ad altre forme di gestione quali il recupero energetico e lo smaltimento. Allo stesso modo la stima dei quantitativi di scarti prodotti è approssimativa.

Concentriamoci su quei rifiuti con cui tutti noi abbiamo a che fare ogni giorno: i rifiuti urbani. Questi sono costituiti principalmente dai rifiuti domestici provenienti dalle nostre abitazioni (la definizione completa di rifiuti urbani è riportata all’articolo 184, D.Lgs. 3 aprile 2006, n. 152 e s.m.i. “norme in materia ambientale”).

Dal Rapporto sull’Economia Circolare in Italia 2020 appena pubblicato, risulta che circa il 50% dei rifiuti urbani prodotti in Italia è stato riciclato. La raccolta differenziata, nello stesso anno, è pari al 58% (Rapporto Rifiuti Urbani ISPRA 2019 ).

Cosa è successo a quell’8%?

Tra la raccolta dei rifiuti e il loro riciclo sono necessari dei passaggi intermedi attraverso impianti che consentono di creare flussi di rifiuti omogenei (per materiale o addirittura per colore) e ripuliti da tutte quelle frazioni estranee che potrebbero invalidare il processo di riciclo.

Ecco quindi il nostro 8%! Si tratta di tutto quello che decade dai trattamenti necessari a trasformare la nostra “raccolta differenziata” in rifiuti davvero idonei al riciclo. Questi scarti sono generalmente non riciclabili e dobbiamo quindi gestirli in altro modo.

Analizziamo ora il restante 50%.

Anche i processi di riciclo vero e proprio non sono “rifiuti free” e anche in questo passaggio l’efficienza non è del 100%.

Prendiamo ad esempio la plastica: è stata separata da frazioni estranee e dai rifiuti in plastica non ancora riciclabili, è stata divisa per tipologia di polimero e per colore. Pronta per il riciclo, tornerà come nuova!”. Purtroppo no, il riciclo meccanico (la tecnica attualmente più diffusa per il riciclo della plastica) causa la degradazione delle catene polimeriche. Il risultato è che la qualità della plastica riciclata non sarà uguale a quella del materiale di partenza. Lo stesso vale per la carta, le cui fibre cellulosiche si accorciano a ogni riciclo e utilizzo.

Il processo di riciclo, quindi, non è sempre in grado di restituirci un materiale con le stesse qualità e caratteristiche (e possibili utilizzi) del materiale originario.

Ma facciamo un passo indietro, fermiamoci ai risultati presentati nel Rapporto sull’Economia Circolare e proviamo a trasformare queste percentuali in valori assoluti: per il 2018 dobbiamo considerare una produzione di rifiuti urbani di circa 30 milioni di tonnellate (Rapporto Rifiuti Urbani ISPRA 2019). Come dicevamo, soltanto il 50% viene avviato a riciclo, pertanto abbiamo 15 milioni di tonnellate di rifiuti che dobbiamo gestire in altro modo (senza considerare gli scarti di riciclo, che non indaghiamo in questa analisi speditiva); tra questi, ci sono 2.5 milioni di tonnellate di scarti della raccolta differenziata(l’8% di prima).

Al momento l’Italia smaltisce in discarica più del 40% di questi rifiuti.

Stiamo facendo bene? Certamente no.

È stata definita per legge una chiara gerarchia delle opzioni di gestione dei rifiuti per minimizzarne l’impatto ambientale:

  • Prevenzione;
  • Preparazione per il riutilizzo;
  • Riciclaggio;
  • Recupero di altro tipo, per esempio il recupero di energia;
  • Smaltimento.” (articolo 179, D.Lgs. 152/2006)

Lo smaltimento quindi è all’ultimo gradino di questa gerarchia (qualora non fosse chiaro, porre i rifiuti in discarica è una forma di smaltimento). Vediamo che rispetto a questa soluzione deve essere data priorità al “recupero di altro tipo, per esempio il recupero di energia”, che nel caso più semplice e diffuso è l’incenerimento con recupero di energia o -per gli amici che soprattutto in Italia si scandalizzano per la parola “incenerimento”- termovalorizzazione.

Questo processo consente di estrarre il valore ancora presente nei rifiuti sottoforma di calore, convertibile in energia elettrica. L’incenerimento genera a sua volta dei rifiuti, alcuni dei quali sono ancora recuperabili, mentre altri devono necessariamente essere smaltiti in apposite discariche.

Tirando le somme:

  • Abbiamo visto che la nostra raccolta differenziata consente di gestire i rifiuti nelle tre modalità “meno desiderabili” indicate dalla gerarchia di gestione dei rifiuti.
  • Abbiamo capito che aumentare la quantità di rifiuti raccolti in modo differenziato non significa automaticamente riciclare tutto ed evitare il ricorso a discariche e inceneritori.

Le nostre scelte di consumo diventano rifiuti

Se vogliamo ridurre seriamente l’impatto legato alla gestione dei nostri rifiuti dovremmo lavorare sulle prime due attività indicate nella gerarchia di gestione dei rifiuti. Per farlo, dobbiamo tornare all’inizio del nostro ragionamento, a quando abbiamo messo il nostro bidoncino di rifiuti ben differenziati fuori dalla porta. Nel momento in cui ci siamo sbarazzati di loro, abbiamo smesso di esserne moralmente responsabili.

Dovremmo a questo punto chiederci quando INIZIA la nostra responsabilità nella gestione dei nostri rifiuti. Non inizia quando decidiamo, correttamente, di buttare la vaschetta col triangolino con scritto PP nel bidoncino della plastica. È iniziata quando eravamo al supermercato e abbiamo pensato di comprare le zucchine confezionate in quella vaschetta, “così faccio prima, tanto è riciclabile e quindi sono green”.

Riprendiamo ancora una volta la gerarchia di gestione dei rifiuti: il miglior modo per gestire un rifiuto è prevenirlo, ossia NON PRODURLO. Dovremmo quindi chiederci: davvero ci serviva “risparmiare tempo” comprando quelle zucchine confezionate in una pratica vaschetta che a volte – che bello! – non è in plastica ma addirittura in cartoncino?

Se vogliamo mantenere questo stile di vita e consumo e continuare a produrre ogni anno mezza tonnellata di rifiuti a testa, dobbiamo accettare – come abbiamo già visto – un sistema di gestione dei rifiuti fatto di tanti impianti sparsi sul nostro territorio: separazione e selezione, riciclo, compostaggio o produzione di biogas, incenerimento per le frazioni non recuperabili e discarica per i residui finali.

Se pensiamo che questo sistema si debba migliorare, a chi dobbiamo chiederlo? A chi gestisce gli impianti di trattamento dei rifiuti? Alle amministrazioni che ne pianificano la gestione? Dobbiamo guardare forse a monte, a chi progetta gli imballaggi? A chi li ha acquistati per metterci dentro le zucchine? Forse dovremmo iniziare noi, con scelte di consumo più consapevoli, con acquisti attenti alla reale utilità e alla qualità (quindi maggior durata!) di ciò che compriamo, scegliendo lo sfuso, riparando ciò che si è rotto, vendere come usato ciò che non ci serve più. È prima di tutto a noi stessi che dovremmo chiedere di “fare meglio”.

Le nostre scelte di consumo hanno un costo

Abbiamo parlato di rifiuti urbani, abbiamo nominato la plastica… Come non pensare alla plastic tax? “È un bel fardello per le aziende! Non stiamo un po’ esagerando?”

No, non stiamo esagerando. E no, non deve essere un fardello per le aziende, bensì per i consumatori (ammesso che fardello si possa chiamare). Dichiarazione impopolare? Forse, ma il cambio di rotta nelle abitudini di consumo passa dalla sensibilizzazione e, dove questa non fa presa, passa dagli incentivi e disincentivi economici. Comprare le zucchine nella vaschetta di plastica DEVE costare di più rispetto ad acquistarle nel Gruppo di Acquisto Solidale locale dove in un’unica cassetta (riutilizzabile, che riporto indietro alla spesa successiva e con cui riesco a convivere per 6 giorni pur abitando in due in un appartamento di 55 mq) mi danno 6 kg di verdure sfuse!

E chi crede che i GAS siano delle cose da ambientalisti integralisti, può farsi carico della spesa di 1 centesimo in più (perché di questo stiamo parlando) quando compra le zucchine nella vaschetta. Perché è importante che i consumatori si accorgano dei costi delle loro scelte di consumo, che per troppo tempo sono ricaduti all’esterno dei sistemi che li hanno generati (in termini di impatti ambientali con tutte le loro conseguenze) e quindi sulla collettività.

Martina