È possibile un modello di produzione alimentare più sostenibile?
Quanto terreno occorre ad ognuno per avere un’autonomia alimentare?

Il modello attuale potrà andare avanti per sempre? Quali sono le alternative?

Giordano Stella, esperto in agricoltura sostenibile, da anni porta avanti ricerche sull’autosufficienza alimentare e vuole essere promotore di un cambio di paradigma nel contesto agroalimentare. Il suo lavoro parte da una constatazione: L’autonomia alimentare al giorno d’oggi è per pochi eletti, riguarda solo pochissime persone che hanno possibilità, tempo e spazio per coltivare i propri alimenti.

Come possiamo estendere questo diritto a tutti? Da qui partono i suoi studi sull’autonomia alimentare culminati nella scrittura, insieme ad alcuni colleghi, di un articolo scientifico sulla rivista “Ecological Indicators”. Questo ha come tema principale la Sovranità Alimentare.

Iniziamo con una curiosità:

QUANTO TERRENO SERVE PER L’AUTONOMIA ALIMENTARE ANNUALE DI UNA PERSONA? 

Si parla di 4750 m² per una dieta onnivora, 5170 m² per quella onnivora senza pesce, 4680 m² per la dieta vegetariana e 1820 m² per una dieta vegana.
Come è evidente la dieta vegana è di gran lunga la più sostenibile, utilizzando poco più di un terzo del terreno necessario per l’autonomia alimentare in una dieta onnivora. Questo si spiega facilmente se si considera che carne, uova, latte e latticini, considerando gli stili di vita alimentari attuali degli italiani, impattano complessivamente per il 63,8% del terreno necessario all’autosufficienza alimentare (rispettivamente 39,4% latte e latticini, 20% carne, 4,4% uova).

Perché la produzione di latticini è così impattante?

Questo dato si può spiegare suddividendo il cibo che mangiamo in vari livelli: Al primo livello troviamo i vegetali, che convertono l’energia luminosa del sole in energia chimica; al secondo livello troviamo gli animali, i quali si nutrono di vegetali; mentre al terzo livello troviamo i derivati degli animali, ovvero i latticini. Più si va avanti con i livelli, minore è il contenuto energetico della produzione e più energia serve per produrlo. Questo si traduce in una superficie maggiore di terreno!

Analizziamo meglio la questione, introducendo il concetto di Sovranità alimentare… COSA SI INTENDE CON SOVRANITÀ ALIMENTARE?

Questo termine nasce in centro America, all’interno de “La Via Campesina”, un’associazione di sindacati degli agricoltori, nata per proteggere gli agricoltori stessi dalle ingerenze delle grandi industrie.
La sovranità alimentare viene definita come “Il diritto di ogni nazione a mantenere e sviluppare la capacità di produrre i suoi alimenti di base, nel rispetto della cultura e della diversità produttiva”.
La Sovranità Alimentare è basata su alcuni criteri:
·         Ricollocazione delle produzioni, con conseguente aumento della resilienza del territorio;
·         Agroecologia;
·         Tutela dei diritti dei lavoratori;
·         Riforme agrarie.
 

L’idea è semplice: un modello agricolo davvero rispettoso dell’ambiente e dei lavoratori, che al contempo crei un’economia che valorizzi i territori.

Ricollocazione… Vuol dire eliminare il mercato? Bloccare lo scambio di prodotti alimentari tra paesi o regioni?

Assolutamente no, lo scambio di risorse è sempre esistito e sempre esisterà. Non tutto può essere prodotto localmente. Ma dobbiamo cercare un sistema che favorisca come prima scelta quelle locali, perché spesso non sappiamo neanche cosa possiamo produrre nel nostro territorio. Un chiaro esempio è la totale assenza di alberi da frutto in umbria, quando invece nella regione potrebbero benissimo essere coltivati.

Perché sovranità?

La sovranità è intesa come idea di autodeterminazione dei popoli rispetto alle politiche alimentari del territorio. Non ha nulla a che fare con il sovranismo…

Bel quadro… MA COSA MANCA?

La cornice!

Giordano Stella si rende conto della necessità di strumenti fisici atti a pianificare la sovranità alimentare di un territorio. Ed è proprio questo l’obbiettivo del suo ultimo paper scientifico:  

Nella prima parte, utilizzando vari software, risponde alle seguenti domande:

  • Quanto terreno è necessario per soddisfare il fabbisogno alimentare di una determinata popolazione?
  • Mappe di fattibilità: Dove è possibile coltivare un certo tipo di ortaggio?
  • Calcolo della percentuale di autonomia alimentare raggiungibile dal territorio.

Il suo lavoro è focalizzato sull’Umbria e sull’Italia, ma è uno strumento che in futuro potrebbe essere utilizzato per qualsiasi territorio. Questa è la parte più forte, perché senza gli strumenti tecnici, non è possibile nessuna rivoluzione.

La seconda parte è più teorica: si occupa di democrazia partecipativa, il vero nucleo della Sovranità alimentare. L’idea è quella di partire da livello territoriale, facendo incontrare produttori, consumatori e istituzioni intorno ad una “tavola rotonda”, per trovare soluzioni concrete. Si salirebbe poi a livello regionale, nel quale si cercherebbe di risolvere ciò che non era stato possibile risolvere a livello locale, fino ad arrivare a livello nazionale con vere e proprie riforme agrarie (sempre basate sui suddetti criteri!). Questo seconda parte è sicuramente la più debole, perché tutto ciò richiede una logistica molto complessa. Giordano però è già al lavoro per rendere più facile questa parte: ci assicura che presto ci saranno importanti novità.

Prima di lasciarlo, chiediamo al Giordano politico (è stato candidato sindaco di Perugia con la lista civica ambientalista Coscienza Verde): DENTRO ALLE ISTITUZIONI, C’È INTERESSE PER QUESTE TEMATICHE? C’È CONSAPEVOLEZZA DELL’IMPORTANZA DI QUESTI TEMI?

La risposta è stata chiara: l’interesse è molto basso, e questo dipende proprio dalla consapevolezza, che è completamente assente. C’è una completa mancanza di conoscenze e una incredibile povertà di idee e di visione. Anche da qui nasce l’idea di fornire strumenti che possano aprire la mente delle persone, anche e soprattutto quella dei politici.

Francesco